Comune di Taggia

DALLA NEVE IL GHIACCIO E IL SORBETTO

In un’economia agro-pastorale, spesso condizionata dalla ricerca delle risorse per la sopravvivenza , la produzione del ghiaccio era una proficua attività integrativa messa in atto da alcune comu-nità che, grazie alla loro collocazione, potevano fruire dei luoghi idonei per la raccolta della neve o del ghiaccio e dell’opportunità di vendita nei vicini centri urbani. Tanto più che la produzione del ghiaccio, come quella della calce e del carbone, impegnava il contadino – pastore soprattutto negli inoperosi mesi invernali: le risorse della montagna ligure, grazie alla contiguità col mare, furono in passato opportunamente fruite dai centri costieri.
La produzione e il commercio del ghiaccio si sviluppò tra il XIV e la prima metà del XIX secolo; questi furono i secoli della cosiddetta Piccola Età Glaciale durante la quale le basse temperature permisero frequenti nevicate e durevoli formazioni di ghiaccio anche a quote relativamente basse. Solo con tale presupposto si possono oggi giustificare queste strutture: da due secoli il clima si sta naturalmente evolvendo in un nuovo periodo caldo, tendenza notoriamente accentuata dall’influenza dell’uomo.
Durante i lunghi inverni dei secoli scorsi si poteva accumulare il ghiaccio per la primavera e l’estate successiva stipandolo in appositi ambienti interrati chiamate ghiacciaie; era altrimenti pos-sibile produrre ghiaccio ammassando neve nelle cosiddette neviere. Sovente non vi era una netta distinzione tra le due strutture, ambedue infatti potevano di solito accogliere indifferentemente neve o ghiaccio; ciò che ovviamente le distingueva – e che ne determinava la forma - era la funzione in relazione al luogo: vale a dire che i pozzi da neve si costruivano ovviamente in montagna e le ghiac-ciaie presso i corsi d’acqua pianeggianti.
Le ghiacciaie e le neviere possedevano in comune la necessità di situarsi in luoghi freddi, di mantenere un elevato isolamento termico, di evitare qualsiasi immissione di acqua e di possedere un buon drenaggio delle acque sul fondo. Il ghiaccio o la neve rimanevano isolati dalle pareti per mezzo di materiali coibentanti come paglia, foglie o fronde. Gli stessi materiali venivano inseriti tra i progressivi strati di ghiaccio o neve (alti circa venti centimetri) che si elevavano sino al totale riempimento dei volumi. Nelle grandi neviere e nelle ghiacciaie il lavoro di riempimento e svuotamento era agevolato dal posizionamento di impalcature formate da tavole e travi; quest’ultimi venivano inseriti nei fori perimetrali ancor oggi vi-sibili.
In montagna, ovviamente, prevalevano le neviere: pozzi subcilindrici, o troncoconici, in pietra a secco scavati su poggi rivolti preferi-bilmente a settentrione spesso in prossimità di depressioni o di avvallamenti al fine di agevolare l’accumulo e la raccolta della neve o di ac-qua ghiacciata. In molte piccole neviere di montagna la copertura stagionale a capanna era realizzata con travi di legno. Per questo tipo di neviera si può portare ad esempio il pozzo da neve di Croce di Praesto (Monte Ceppo).
Le neviere maggiori hanno un diametro dai tre ai cinque metri, occasionalmente pareti intonacate, copertura a volta o a botte, spesso una scala ricavata nella muratura perimetrale alla quale si accedeva tramite una porta. La neve era stipata in strati di dimensione conve-niente al fine di essere facilmente frantumata al momento dello svuotamento. Lavoro eseguito con una strumentazione dedicata allo scopo come, ad esempio, larghi e corti picconi. Un poco di paglia, o altro materiale idoneo, divideva i progressivi strati di neve pressata.
Le ghiacciaie ovviamente prevalevano in prossimità dei corsi d’acqua. In inverno parte dell’acqua era occasionalmente convogliata in bacini poco profondi dove si poteva formare rapidamente uno strato di ghiaccio facilmente frantumabile. In alcuni casi, dove la geomor-fologia del terreno non permetteva la formazione di un ampio bacino, per le stesse finalità si costruirono lungo i corsi d’acqua una serie di vasche di piccole dimensioni (questo potrebbe essere il caso della neviera dell’Albareo). In estate le vasche e alcuni piccoli pozzi da neve potevano diventare preziosi accumuli d’acqua.
Il ghiaccio veniva raccolto e stipato nella ghiacciaia nello stesso modo della neve nelle neviere. La ghiacciaia poteva avere la comu-ne forma cilindrica ma si utilizzarono anche profondi locali interrati o i sotterranei di castelli e forti. Abbiamo ricordo dell’utilizzo relativa-mente recente di ghiacciaie ai Ponti di Nava e a Borgomaro. In quest’ultimo luogo si prelevava il ghiaccio in un bacino – chiamato Mari-netta - opportunamente ricavato ai margini dell’Impero che poi veniva ammassato in una vicina ghiacciaia ancora oggi visibile.
Il ghiaccio destinato alla vendita e al consumo era prelevato dalle neviere o dalle ghiacciaie possibilmente nelle ore più fredde del giorno, veniva quindi compattato in appositi contenitori oppor-tunamente coibentati per essere trasportati a dorso di mulo o di bue a destinazione. Il ghiaccio era altresì trasportato con gerle dall’uomo. Normalmente il viaggio dalla neviera alla città avveniva di notte o nelle prime ore del giorno per evitare un eccessivo scioglimento del ghiaccio.
A Genova, la produzione e il commercio del ghiaccio fu per secoli soggetta a monopolio governativo, tanto che era persino vietato accumulare la neve raccolta in strada al fine di produrre ghiac-cio. Il ghiaccio proveniva normalmente dall’Antola e dai Giovi e poteva essere conservato anche nei sotterranei di alcuni forti che coronano la città. Sempre a Genova il commercio della neve fu sot-toposto nel 1640 ad una tassa chiamata la Gabella della Neve. La produzione e la vendita del ghiaccio era conferita con un appalto che nei secoli XVII e XVIII aveva una durata di dieci anni. Tra l’altro l’appaltatore genovese si impegnava per tutto il periodo della sua concessione a vendere il ghiaccio ad un prezzo prestabilito e, come riferiscono i documenti, a non far mancare il ghiaccio du-rante le principali festività … con danno alla nobiltà e ai sorbettieri.
Anche il ghiaccio accumulato nelle nostre neviere di Taggia aveva le stesse finalità delle neviere genovesi, come ad esempio, la conservazione degli alimenti, la terapia medica e la produzione dei sorbetti. Certamente il ghiaccio accumulato nella neveia grande del Monte Neveia fu utilizzato dai maestri sorbettieri dei sottostanti borghi di Taggia, Sanremo e Ceriana. In quest’ultimo paese la fama di quest’arte si è mantenuta sino ai giorni nostri.
Riguardo a Taggia purtroppo gli archivi non ci hanno ancora tramandato alcuna documentazione relativa ai pozzi da neve presenti sul suo territorio. Considerando però che le neviere note in un territorio relativamente limitato sono già ben quattro; delle quali due di notevole grandezza, che tre di esse (quelle sulla vetta del Monte Neveja) sono ancor oggi di proprietà comunale e la quarta (quella dell’Albareo) era probabilmente di proprietà dei Padri Domenicani, possiamo ragionevolmente sperare di ritrovare qualche possibile atto pubblico che le riguarda.
Da oltre un secolo le neviere e le ghiacciaie hanno concluso la loro storica funzione e come qualsiasi altra struttura se non gli conferiamo una nuovo ruolo sono destinate a decadere. La nuova funzione delle neviere di Monte Neveia e dell’Albareo - un campione tra le tante ormai distrutte e dimenticate - sarà quella, per loro e nostra fortuna, di ricordare un capitolo di storia economica e di diventare nuovamente parte attiva della valorizzazione e della vita sociale di Taggia. Anche grazie alle neviere la comunità di Taggia può prendere maggior coscienza del proprio passato e i suoi gio-vani possono attivamente riappropriarsi di un dimenticato frammento di spazio vissuto.

Testi e foto di Giampiero Laiolo — Disegno di Bruna Cartacci



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